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Quando un professionista lavora gratis

In 14 anni di lavoro (a scriverlo mi sembrano un’eternità), mi sono spesso chiesto cosa voglia dire professionalità: rispettare le scadenze? Non fare errori formali? Prendersi la responsabilità del proprio operato? Ma soprattutto, mi ha stupito come spesso la professionalità sbiadisca del tutto nel caso delle collaborazioni pro bono e nei casi di “spec work” (speculative work), insomma nelle collaborazioni a budget zero o che prevedono un rimborso spese.

In altre parole, esistono situazioni in cui è legittimo, consentito oppure semplicemente ragionevole adattare la propria professionalità al contesto?

Il lavoro creativo “a gratis”

Nel mondo del design e della comunicazione si parla spesso di spec work (o free pitching), argomento che suscita spesso critiche e indignazione. La principale critica mossa verso questa modalità di collaborazione è prevalentemente di natura etica: lo spec work infatti, non tutela il progettista né attraverso la definizione di un contratto né tantomeno riconoscendogli un compenso per il lavoro svolto. In breve, è un incarico di lavoro creativo non tutelato, svolto a titolo gratuito o in cambio di un rimborso spese, spesso richiesto per saggiare le capacità del progettista o per partecipare a gare e concorsi.

Esistono però casi in cui lavorare gratis può essere una scelta:

Anche in questo caso, però, la collaborazione rischia di essere pervasa da un crescente senso di insoddisfazione, avvertito sia dalla committenza che dall’incaricato, legato alle aspettative disattese dell’uno e alla frustrazione di non ottenere un giusto riconoscimento dei propri sforzi dell’altro.

Come si dice: patti chiari, amicizia lunga. E a volte, proprio perché i patti non sono così chiari o perché emerge un tardivo ripensamento, la collaborazione rischia di naufragare lasciando tutti disamorati e insoddisfatti.

spec work free

Photo by Freddie Collins on Unsplash

La mia esperienza

Anche a me, in varie fasi della mia esperienza di designer ed imprenditore, è capitato di prendere parte a collaborazioni a titolo gratuito, che prevedevano una retribuzione simbolica oppure non economica. E credo che siano le occasioni migliori per saggiare l’affidabilità di un professionista.

Da imprenditore, infatti, ho imparato a circoscrivere le aspettative e a diffidare da chi si impegna parzialmente con l’alibi del compenso ridotto.

Da progettista, ho approcciato ognuna di queste collaborazioni con la stessa passione, serietà e dedizione che dedico a quelle “standard”. Non certamente perché l’aspetto economico sia irrilevante, anzi (è il sacrosanto riconoscimento del valore apportato attraverso il lavoro). Ma piuttosto perché non ritengo ci si possa comportare altrimenti. Credo che la professionalità debba emergere a prescindere dal contesto, dal cliente e dalla retribuzione. Non tanto perché è una scelta strategica, vantaggiosa o giusta ma perché, come la morale, è una parte di noi che non si dovrebbe poter “disattivare”.

A mio modo di vedere o una cosa la si fa per bene, e fino in fondo, oppure tanto vale non farla. E questo vale per incarichi professionali, progetti personali o la decorazione dell’albero natalizio.

creative branding industry

Photo by Li Yang on Unsplash

Come uscirne vivi

Quindi, se ci si trova per le mani uno spec work o un progetto pro bono a cui si intende partecipare, tanto vale trovare il modo di affrontarlo nel migliore dei modi, per non rischiare di ledere la propria reputazione o di investire più energie del dovuto.

Quando mi sono trovato in situazioni di questo tipo ho cercato di limitare i danni così:

1. Ridurre le formalità

Di comune accordo con il cliente, ho scelto di alleggerire il lavoro di quelle formalità che costellano un progetto classico, sgrossando talvolta i processi e alcuni elementi di forma ma non certamente la sostanza del lavoro.

2. Blindare i deliverables

Stabilire molto chiaramente quanti e quali saranno gli oggetti della progettazione mi ha aiutato a mantenere salde le aspettative da entrambe le parti ed evita richieste inattese in corso d’opera.

3. Concordare il grado di libertà creativa

Fin dove posso spingermi con la mia creatività? Di quali paletti bisogna tenere conto nella progettazione? Anche su questo, un confronto preventivo con il committente permette di lavorare nella giusta direzione ed evita perdite di energie.

4. Limitare il numero di revisioni

In collaborazioni come queste, concordare il numero massimo di revisioni degli elaborati può aiutare ad ottimizzare gli sforzi, focalizzando l’attenzione di entrambe le parti su quanto prodotto.

5. Bandire il “non mi piace”

Assolutamente valido anche nelle commesse “standard”, revisionare gli elaborati utilizzando il punto di vista del target di riferimento e non quello del committente, contribuisce ad evitare inutili stalli e a dare vita ad un progetto realmente efficace.

A prescindere dal compenso e dalle motivazioni che ci spingono ad affrontare un progetto, tanto vale metterci tutto il proprio impegno. Perché ogni collaborazione è un’occasione per imparare qualcosa di nuovo, mettersi alla prova e migliorare la propria reputazione.

E perché, una volta concluso e reso pubblico, nessuno lo commenterà così:

Che progetto mediocre, sicuramente il professionista è stato sottopagato.

(-:

Matteo Sublimio Founder & Creative Director
L’AUTORE:

Matteo Modica
Founder & Creative Director

Instancabile ricercatore della qualità, cura nel dettaglio ogni progetto di branding e comunicazione, guidando i team creativi a esprimere sempre il proprio meglio.

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