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Cosa dovrebbero imparare i brand dalla cultura del gaming

Se pensando a un gamer vi viene in mente un ragazzino chiuso nella sua cameretta, dovreste aggiornare il vostro immaginario. Oggi un umano su tre gioca a qualcosa: una nuova cultura globale che non possiamo più ignorare.

La cultura cambia di continuo, e con essa i riferimenti delle persone e il modo di interpretare i messaggi e i simboli. Proprio perché si tratta di un cambiamento costante, a volte fatichiamo a vedere alcune trasformazioni macroscopiche.

È il caso del mondo dell’entertainment, per decenni dominato dal cinema e dalla televisione, che hanno rappresentato per molte generazioni la forma primaria di intrattenimento. Ancora oggi, le GIF animate e i meme che i millennial si ostinano a scambiarsi attingono in larga parte da quel mondo, così come le citazioni celebri, i cliché, e tante scelte espressive (registiche, estetiche) che poi ritroviamo in comunicazione.

Oggi, però, lo scenario sta cambiando. Nel 2019 il mercato globale del gaming ha fatto registrare un fatturato di 145 miliardi di dollari, più di 3 volte quello del cinema e di 7 volte quello della musica. Si stima che i gamer nel mondo siano ben 2,81 miliardi. Non è un caso che anche Netflix si affacci oggi nel mondo del gaming.

Possiamo quindi dubitarne quanto vogliamo, ma è piuttosto evidente che il gaming stia diventando la forma dominante di intrattenimento e che questo ne farà – o ne ha già fatto – una forma culturale dominante.

Cosa vuol dire per i brand? Che là fuori ci sono linguaggi e aspettative molto diversi da quelli che abbiamo conosciuto e utilizzato finora. Ecco cosa possiamo – e dovremmo – imparare dal gaming.

mobile gaming culture

Photo by Screen Post on Unsplash

Le storie non finiscono, ma evolvono

Uno degli impatti più importanti del gaming sulla cultura ha a che fare con il modo in cui raccontiamo le storie. Se il cinema ci ha abituati a storie lineari e tendenzialmente autoconcluse, il gaming ha invece per sua natura uno stile di storytelling più “aperto”. Sia perché l’utente può interagire con la storia e quindi modificarla, sia perché la storia si protrae nel tempo e diventa facilmente franchise, anche per non buttare via tutto il lavoro di sviluppo (pensate a un titolo qualsiasi, come Assassin’s Creed o Halo).

Il mondo dell’entertainment “classico” sta già provando a incorporare questi elementi. Le franchise sono ormai la regola (pensate agli Avengers) e in alcuni casi si prova a inserire elementi di interattività (Bandersnatch su Netflix).

Cosa vuol dire per i brand? Il pubblico ha aspettative nuove rispetto alle storie che raccontiamo. Lo storytelling lineare non è morto, ma sa di vecchio. Quando un brand racconta una storia ci aspettiamo di poter intervenire e soprattutto che questa sia viva, che non abbia un finale ma infiniti capitoli.

Il gaming ha cambiato le nostre aspettative nei confronti delle storie.

La community è protagonista

L’immagine del gamer solitario è quantomeno datata. Si gioca spesso soli, questo è vero, ma la dimensione comunitaria dei giochi è diventata sempre più importante grazie ai titoli multiplayer, resi possibili dagli avanzamenti della tecnologia e delle connessioni.

Se il gaming delle origini era interamente fondato sui concetti di “vittoria” e “primato”, oggi la socializzazione e la condivisione diventano sempre più importanti. La community che nasce intorno a un gioco diventa quindi elemento fondamentale.

Le software house lo sanno bene, motivo per cui la community non è semplicemente un pubblico, ma un co-creatore.

Cosa vuol dire per i brand? Non basta più semplicemente “ascoltare il cliente” preso individualmente, come se fossimo in laboratorio: tutti i brand che vogliono restare rilevanti devono ascoltare la community, le conversazioni che avvengono al suo interno e soprattutto lasciare che questa possa contribuire a definire il significato del brand stesso.

teenagers playing videogame

Photo by Fredrick Tendong on Unsplash

Basta personas noiose

Da sempre il gaming ci offre la possibilità di impersonare qualcun altro, ma mai come oggi la “cultura dell’avatar” si è imposta come standard. Pensiamo a giochi come Fortnite, dove la scelta della propria “skin” è parte essenziale dell’esperienza di gioco.

La libertà di autorappresentarsi come si vuole è parte di un trend culturale più ampio, che vede le persone liberarsi dei pregiudizi e dei vincoli sociali tradizionali. Una spinta verso l’auto-espressione che trova nel gaming la dimensione ideale.

Cosa vuol dire per i brand? Rappresentare il proprio pubblico con degli stereotipi non è mai stata una buona idea, ma oggi è quasi un tabù. Eppure, ancora oggi può succedere di vedere comunicazione “pigra” che ragiona per cliché. Soprattutto, che compie l’errore di rappresentare il target per quello che è. Il gaming ci ha dimostrato che le persone hanno voglia di immaginarsi diversamente, di sognare, di evadere. Alcune, magari, vogliono sentirsi delle rockstar. Un brand non deve essere necessariamente lo specchio della mia realtà, ma può essere il portale per una realtà alternativa.

Mai come oggi la cultura dell’avatar si è imposta come standard.

Il gioco si fa serio, anche per i brand

Il gaming è un mondo a dir poco variegato. Abbraccia tutto, dai giochi mobile ai grandi titoli per PC e console. I gamer siamo tutti noi, dal bambino che gioca a Roblox alla nonna patita di Candy Crush, dalla ragazza campionessa di Fortnite al papà che gioca a Call of Duty con i colleghi.

Una teoria unificata del gaming è quindi una pretesa troppo ambiziosa. Quello che è certo è che giocando, l’umanità esprime quello che davvero desidera: stare insieme, condividere esperienze, esprimere se stessa. I brand che ci aiuteranno a farlo non potranno che uscirne vincitori.

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Andrea Sublimio Strategist
L’AUTORE:

Andrea Ciulu
Copywriter & Strategist

Pensatore creativo e analitico, con solide radici nell’advertising, elabora concept, strategie di branding e comunicazione che fanno la differenza.

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